EDITORIALE – Cadere per ripartire

Una grande delusione. Nell’anno in cui si erano creati i migliori presupposti per la Juve ed i suoi tifosi (con l’arrivo di Cristiano Ronaldo e con la pratica Scudetto archiviata praticamente già nel girone d’andata) pensare di alzare la “coppa maledetta”, è arrivata invece la peggiore delle batoste.
Per molti, tifosi e non, peggiore addirittura più di Cardiff o Berlino in quanto arrivata contro una squadra reputata sfavorita, con una sensazione di scoramento che ricalca quanto provato nella doppia disastrosa campagna europea che fu di Conte nel 2013/14.

La Juventus esce dalle coppe dimostrando un problema strutturale di fondo. L’Ajax come l’ Atalanta; squadre giovani, dinamiche e dotate di idee ma che soprattutto che si dannano l’anima su ogni pallone, che non cambiano modo di giocare a seconda dei loro interpreti.
Non è un caso dunque, che i bianconeri siano usciti contro squadre come questa dalle due competizioni extra-campionato (Champions e Coppa Italia), squadre che pressano e fanno soffrire l’avversario, rendendo complicata la costruzione di gioco.

La Juve avrebbe potuto e dovuto fare meglio, questo è inappuntabile e rispetto alla gara di Amsterdam è sembrato davvero non imparare da alcuni errori marchiani.
Poco pressing e tanta corsa a vuoto, fisicità persa nei contrasti aerei e nelle seconde palle. 
Insomma, tutto quello che si era visto contro l’Atletico e che è venuto meno, complice sicuramente il gran numero di infortuni e la scarsa forma attuale della squadra che non riesco davvero a comprendere visto il momento clou della stagione e un distacco a +17 dalla seconda in campionato che permetteva di gestire forze e uomini con maggiore tranquillità rispetto agli anni passati.

Nella disfatta di ieri, però, è difficile attribuire colpe a qualcuno dei singoli in particolare.
Si è parlato dell’assenza di Chiellini e Mandzukic in termini di fisicità, ma tolto l’1-2 di De Ligt (vero fenomeno sotto ogni aspetto) non si può attribuire demeriti a chi ha giocato ieri sera e una settimana fa in Olanda. Lì si era celebrato Rugani, che all’andata non ha fatto rimpiangere Capitan Chiellini.
Non è stato tanto negli uomini in campo quanto nella interpretazione della gara il vero punto focale della discussione che ruota inevitabilmente intorno ad Allegri.

E qui si apre il punto fondamentale della discussione. Quante colpe ha l’allenatore nella disfatta di ieri? 
Impossibile dare percentuali ma certo è che l’impronta di gara la trasmette solitamente il mister all’interno di una squadra.
Di certo non si vuole mettere in discussione la figura di Massimiliano Allegri, professionista capace, capacissimo, ma la sconfitta passa molto se non tutto da un suo approccio errato.
Uscire con una squadra inferiore sulla carta (sebbene pregna di idee e di gente tecnicamente sublime) ripropone l’amletico dubbio: perché non proporre lo stesso tipo di gioco visto contro l’Atletico?
Gli avversari e il tipo di partita erano differenti, vero. Ma la Juve deve fare la Juve, questo sempre e non solo quando messa alle corde come un pugile ferito.

Bisogna analizzare questa sconfitta in maniera asettica, scientifica, ovvero sia: contano i risultati.
E Allegri in questi suoi 5 anni li ha portati sempre, al massimo delle proprie possibilità, talvolta anche superando alcuni limiti; ma quest’anno in Europa no, questo va detto e sottolineato.
Una partita spartiacque questa, che sotto la sua gestione mai si era presentata. Capibile uscire con Real o Bayern, meno se a farlo è l’Ajax.
Per la prima volta, considerando anche le sue campagne europee al Milan, il mister è uscito con una squadra che a detta di tutti si presentava alla vigilia come inferiore alla Juve, senza troppo girarci intorno.
E questo è un dato di fatto, non una critica a priori.

L’arrivo del semidio Cristiano (l’unico dei bianconeri a segnare nella fase ad eliminazione diretta) spinge alla considerazione che sì, qualcosa a livello di diversificazione e produzione del gioco è mancato e che la Juventus debba studiare una via alternativa alla fisicità dei singoli (vedasi Mandzukic).
Il solo Cristiano da solo può molto, ma non tutto. Il calcio resta un gioco di squadra e non individuale e per quanto l’alieno predichi bene e razzoli ancora meglio, non può accollarsi da solo le paure e le incertezze di un ambiente che senza due o tre elementi è andato in bambola con l’Ajax.
Quello che è emerso ieri è proprio questo: carenza caratteriale dopo il gol incassato e disorientamento in campo, quello che invece non aveva Ronaldo e si vedeva dal pressing e dai palloni conquistati nel secondo tempo.
Lui cosi abituato all’Europa che conta, più di tutti i grandi calciatori della Serie A messi insieme.

Oggi osservando l’ambiente Juve, la piazza del tifo bianconero, quello che si vede è un ambiente saturo, sazio di vittorie che vive la stagione solo in pochissime gare, come se il resto fosse scontato. 
Come se l’entusiasmo progressivo e quotidiano di una stagione fosse concentrato nell’arco di una o due partite, ma così non può essere.

Per la squadra e l’ambiente in generale, ora la parola chiave deve essere soltanto una: RIPARTIRE.

Come detto da Alessandro del Piero ieri sera: “questo è uno stop, non la fermata definitiva di un club nato per vincere e guardare sempre al futuro”.

di Valerio Vitali

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