Il protagonista: Moise Kean

ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Mettendo da parte le polemiche extra campo e concentrandoci su quello che il match di ieri ci ha regalato, ciò emerge con più forza dalla vittoria a Cagliari della Juventus, è che Moise Kean fa sul serio. Dall’8 marzo, infatti, il suo rendimento è apparso inarrestabile.
Nelle 4 presenze in campionato, ha messo a segno altrettante reti; in pari il conto delle reti rispetto alle presenze anche in Nazionale, con il 2 su 2 fatto registrare nel doppio impegno del girone di qualificazione ad Euro 2020. Ben 6 reti in meno di 1 mese, con una media di 1 gol ogni 64 minuti.

Una vera e propria esplosione, arrivata più di due anni dopo da quel lontano novembre 2016 quando, all’età di poco più di 16 anni, il classe 2000 faceva il suo esordio in Serie A. Un momento che sembrava segnare l’inizio di una gloriosa carriera sin da subito, con la convinzione di una imposizione istantanea del talentino azzurro, avvalorata ancor più dalla prima rete arrivata nel Maggio 2017, con un Moise non ancora maggiorenne.

Eppure, da quel momento, il ragazzo si è allontanato dai riflettori, lavorando sodo per crescere. Il prestito a Verona, passato per lo più a osservare i compagni più esperti e ad accontentarsi di scampoli di match l’ha aiutato molto.
Mandarlo lontano dai radar della stampa si è configurata essere una ottima mossa per il giovane ragazzo, il quale ha potuto continuare il suo percorso di crescita con tranquillità, senza falsi proclami e senza eccessiva pressione.

Tornato a Torino, è stato lo stesso Allegri a volerlo in squadra, scontentando le tante società che avrebbero fatto carte false per averlo in prestito.
Ed è proprio in questo caso che l’allenatore bianconero viene ad assumere un ruolo di primaria importanza nella crescita del ragazzo. Ciò non solo per la decisione di farlo restare all’ombra della Mole, ma anche (e sopratutto) per come il classe 2000 è stato gestito nella prima metà di stagione. 

Nelle prime 20 giornate, infatti, Moise è riuscito a mettere insieme solo un paio di scampoli di match (nelle due vittorie per 3-0 contro la Fiorentina il 12 dicembre 2018, e contro il Chievo il 21 gennaio 2019) restando il più delle volte in panchina. Questo, non è mai stato da interpretare come una scarsa considerazione dell’allenatore toscano, bensì da ascrivere nel novero degli inserimenti ad “andamento lento” che da sempre hanno caratterizzato la gestione dei nuovi arrivati in casa bianconera (vedi Costa, Alex Sandro e lo stesso Dybala).

Un Moise che si è allenato, ha sudato al fianco di Cristiano Ronaldo & co. osservando, imparando, crescendo, fino al momento in cui è stato chiamato in causa. quando una Juve fortemente rimaneggiata dal turnover a 3 giorni dalla partita della vita (il ritorno contro l’Atletico del 12 marzo), era alla ricerca di energie nuove per andare avanti: quell’energia si è personificata in Moise Kean.

I valori del ragazzo, dunque, sono sì evidenti, ma una buona fetta di merito di questa deflagrazione va assegnata senza dubbio a Max Allegri. Ha da sempre trattato Kean per quello che è, un ragazzo di 19 anni che si sta affacciando (seppur prepotentemente) al calcio dei grandi, predicando calma, come fa tuttora e come, quasi sicuramente, continuerà a fare ancora, per “proteggere” la crescita di quello che potrebbe diventare il bomber bianconero per il prossimo decennio.

di Rocco Lucio Bergantino

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