Copa Libertadores – Sogno di una finale, la finale dei sogni

Questa è una storia vera.

Pronti, partenza, via. Sto sognando. E’ Buenos Aires, un pomeriggio di novembre. Quartiere de La Boca, Estadio Alberto Josè Armando, per tutti La Bombonera. Mariano Closs, il più famoso relator argentino, accende il suo microfono. Inizia il collegamento come è solito fare: “Señoras y señores…”. Signore e signori. La cabina già trema, la voce si sente a fatica. E’ la partita che ogni telecronista vorrebbe raccontare. E’ Boca-River, la più bella del mondo, e stavolta è una finale. Superclásico. Non è mai accaduto in Libertadores, in cinquantotto anni. La Doce, quel muro di tifosi vestiti di giallo e di blu, stasera è uno spettacolo. Come sempre, d’altronde. Stanno caricando i propri eroi, che tra poco entreranno in campo e daranno battaglia ai nemici di una vita. Sono mondi completamente opposti, Boca e River. E’ una rivalità sempre accesa, che si autoalimenta, e nessuno dei due potrebbe fare a meno dell’altro. Yin e yang. Una volta giocavano entrambi qui, a La Boca. Poi i Millonarios, così si fanno chiamare quelli del River, i milionari, si spostarono a Núñez, dove negli anni trenta costruirono la loro casa, El Monumental. Ma non ditelo qui, non ditelo oggi. Perchè qui, oggi, quelli con la banda rossa sono “las gallinas”, i polli, e qui, oggi, ci giocano gli Xeneizes, quelli del Boca, quelli con una voglia matta di alzare la coppa che non sollevano al cielo da undici anni. Si intravedono le prime sagome sbirciare fuori dal tunnel, non stanno più nella pelle. L’adrenalina è massima, l’atmosfera elettrica, bollente. E’ la partita che ogni calciatore vorrebbe giocare.

Faccio sempre lo stesso sogno. E’ Buenos Aires, un pomeriggio di novembre. Tra i quartieri Núñez e Belgrano, Estadio Antonio Vespucio Liberti, per tutti El Monumental. Liberti, un giovane di chiare origini italiane, lo fece costruire più di ottant’anni fa. Era il presidente del River, allora. L’arena è imponente, maestosa, sacra. Qui ci ha vinto un mondiale l’Argentina. Un mondiale sofferto, intenso e discusso. Così come sofferta, intensa e discussa sarà, in ogni caso, la partita di oggi. Più di sessantamila cuori che battono forte. E’ la gara di ritorno, è la partita che ogni tifoso vorrebbe vedere. Oggi, señoras y señores, si alza la coppa. Oggi cambia tutto. Chi vince guadagna la gloria sportiva per il resto dei suoi giorni, vedrà incidere il suo nome nell’albo d’oro e verrà portato in trionfo. Chi perde, da oggi, verrà schiacciato da un peso di cui difficilmente riuscirà a liberarsi. Los Millo, i milionari, stanno cantando a squarciagola. Vogliono cancellare l’imbarazzante onta della retrocessione di qualche anno fa, alzando la coppa in faccia ai bosteros, come da quelle parti chiamano spregevolmente i tifosi e i giocatori del Boca. Un trionfo del genere li ripagherebbe con gli interessi. I giocatori stanno uscendo dal tunnel, a loro oggi le gambe non possono tremare. Non adesso, è troppo importante. Davanti alla fila c’è l’arbitro, a lui sì, un po’ tremano. No, forse non è la partita che ogni arbitro vorrebbe arbitrare. Foto di rito, ultime raccomandazioni, ultimi abbracci, ultimi sguardi.  Lancio della monetina. Palla o campo? I due capitani, al centro della scena, si stringono la mano. Loro sognano di guardare verso l’alto e di vedere, questa sera, tra i propri occhi e le stelle, solo una cosa, mentre la alzano al cielo. Lei, la Coppa. Hanno sognato di baciarla come una ragazza, di mostrarla bene a tutti, da quanto fosse bella.

Gli occhi di tutti gli altri, intanto, sono rivolti verso il prato. Quelli dei tifosi allo stadio, quelli degli appassionati a casa, quelli di chi il Superclásico l’ha già giocato tante volte.

Quelli di Enzo, di Hernán, di Matías.

Quelli di Diego, di Martín, di Román.

Quelli di un bambino che questa partita l’ha giocata cento volte nella sua mente, ma che non potrà mai giocare per davvero.

Sono i miei, e stanno per aprirsi. Il sogno è finito.

Questa è realtà. Quella dei sogni.

Boca-River, godiamocela.

Pronti.

Partenza.

bocariver

di Luigi Favero

 

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