Pregi e difetti del Valencia, la meno spagnola delle squadre spagnole

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Mina e Rodrigo festeggiano un gol (deportevalenciano.com)

Dopo un’assenza durata tre stagioni, il Valencia torna finalmente a giocare una partita della fase a gironi di Champions League. Lo farà contro la Juventus, testa di serie nel gruppo H, che include anche il Manchester United e i campioni di Svizzera dello Young Boys. Ora che la situazione finanziaria della società si è riassestata, dopo la pessima gestione del miliardario asiatico Peter Lim (tra l’altro gestore dei diritti d’immagine di Cristiano Ronaldo), a Valencia è tornata una gran fame di calcio e d’Europa e il Mestalla si preannuncia tutto esaurito per l’esordio in Champions League.

ACQUISTI E CESSIONI

Sembrava dover essere un’estate volta ai sacrifici economici per rispettare il fair play finanziario, ma gli introiti generati dalla qualificazione in UCL hanno reso possibili numerosi acquisti a fronte dell’unica cessione di Joao Cancelo, che stasera sfiderà proprio la sua ex squadra. Per sistemare la difesa, durante la sessione estiva di mercato è stato acquistato il 21enne Mouctar Diakhaby, imponente centrale difensivo proveniente dal Lione per 15 milioni di euro. Apprezzato dall’allenatore Marcelino per le sue doti atletiche e per la sua aggressività, Diakhaby è ancora troppo falloso e impreciso in fase di impostazione. Sempre in difesa, nel ruolo di terzino destro, per sostituire Cancelo, è arrivato l’italiano Cristiano Piccini, ex talento del vivaio della Fiorentina e giocatore capace di costruirsi una carriera di tutto rispetto tra Spagna e Portogallo. Il 25enne ex Betis è uno specialista del cross (7 assist nelle ultime due stagioni) e ha una buona struttura fisica che lo rende affidabile anche in fase difensiva.

Riscattato Kondogbia dall’Inter, il Valencia ha aggiuto alla mediana il danese Daniel Wass, vero e proprio jolly capace di interpretare tutti i ruoli del centrocampo, mentre nel ruolo di esterno sinistro (tenendo come riferimento il classico 4-4-2 di Marcelino) il grande colpo è stato il ritorno di Guedes, protagonista di una stagione super l’anno scorso, quando era a Valencia a titolo temporaneo, in prestito dal PSG. Guedes è un esterno di centrocampo atipico: cresciuto nel Benfica da seconda punta, ama rientrare sul destro per scatenare il suo tiro molto potente e giostrare tra le linee di centrocampo e difesa avversarie.

Davanti, oltre alla non scontata conferma di Rodrigo, nazionale spagnolo al centro di insistenti voci di mercato in estate, è stato effettuato un upgrade notevole, alla luce della cessione di Zaza, occorsa per fare posto al nazionale belga Michy Batshuayi, chiuso al Chelsea da Morata e Giroud, oltre che a Kevin Gameiro, reduce da una stagione povera di soddisfazioni all’Atletico Madrid.

COME GIOCA IL VALENCIA – MODULI, TATTICHE, PRINCIPI DI GIOCO

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Il capitano Dani Parejo (goal.com)

Il perno intorno a cui gira tutto il Valencia è il capitano Dani Parejo, regista raffinatissimo scuola Real Madrid e giocatore, ormai alla soglia dei 30 anni, chiamato ad affermarsi anche in campo internazionale, dopo essersi dimostrato uno dei migliori giocatori della Liga spagnola nelle scorse stagioni ed aver esordito nella Roja. Autore di 7 gol e 8 assist nell’ultimo campionato spagnolo, Parejo eccelle nel controllo e nella protezione del pallone, oltre ad essere un grande battitore di calci piazzati. Accusato più volte in passato di avere scarsa leadership (forse l’unico limite che gli ha precluso una carriera di livello ancora superiore), Parejo è ormai riconosciuto come il simbolo del Valencia, oltre che il centro gravitazionale del suo gioco. Nel 4-4-2 di Marcelino, modulo che lo ha fatto conoscere in tutta Europa ai tempi di Villarreal, dove il “cervello” in campo era invece Borja Valero, Parejo staziona sempre in zona centrale, affiancato da un interditore più dinamico e meno tecnico (Kondogbia o Wass), mentre a destra viene adattato il talentuosissimo canterano Carlos Soler, che sarebbe un trequartista centrale o una mezzala di possesso, a cui vengono affidati compiti di pressing sull’inizio azione avversario e di consolidamento del possesso in fase offensiva.

Proprio il pressing forsennato in ogni zona del campo, caratteristica non esattamente propria del calcio spagnolo, è la cifra stilistica di Marcelino, che usa le due punte centrali per non far ragionare i difensori avversari e gli esterni di centrocampo per schermare le linee di passaggio verso i centrocampisti.

Un esempio (video)

Se eseguito con i tempi sbagliati e se la linea difensiva non accompagna con movimenti a salire l’azione dei centrocampisti, questo pressing ultraoffensivo può concedere la superiorità numerica alle spalle dei quattro giocatori avanzati, con in particolare Parejo non esattamente portato a rincorrere avversari nella sua metà campo. La chiave dell’azione juventina, nella partita di stasera, starà proprio nel fatto di rompere questa linea di pressione per generare una superiorità 3-vs-2 a centrocampo. In caso di successo, invece, il pressing e il conseguente recupero palla, porteranno a delle rapide transizioni offensive. Il Valencia infatti ama attaccare aggredendo nella metà campo avversaria, per poi andare subito in verticale alla ricerca delle rapide punte (Rodrigo e Santi Mina o Batshuayi), discostandosi in maniera netta dal tradizionale possesso palla spagnolo, fatto di un’infinita rete di passaggi. In sintesi, possiamo affermare che la principale fonte di gioco degli uomini di Marcelino è il pressing offensivo.

In fase difensiva in senso stretto, invece, l’anello debole è Josè Gayà, terzino sinistro molto offensivo ma poco attento a chiudere i tagli verso l’area degli esterni avversari, mentre la coppia centrale Gabriel Paulista-Diakhaby (in assenza dell’infortunato Garay) dà sicurezze nel gioco aereo, al netto di qualche distrazione di troppo in marcatura.

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L’undici titolare del Valencia

Anche per sopperire ad una mancanza di qualità tecnica dei centrali di difesa, il gioco del Valencia si sviluppa in maniera molto diretta, cercando di far arrivare il più in fretta possibile il pallone tra i piedi di Dani Parejo, che all’occorrenza si abbassa tra i due centrali per far progredire in fretta l’azione attivando la cosiddetta salida lavolpiana, oppure saltando completamente il reparto mediano ricorrendo ai lanci lunghi dei difensori e di Neto sulle due punte, che si dispongono sempre in verticale. Agli esterni di centrocampo Soler e Guedes (o in alternativa il russo Cheryshev, gran protagonista nel mondiale giocato in casa qualche mese fa) più che di andare sul fondo, viene chiesto di entrare spesso nelle zone nevralgiche del campo attaccando gli spazi intermedi tra terzino e mediano avversari, in modo da abbassare la difesa e creare delle linee di passaggio verticali in zona più centrale (in fase di possesso il 4-4-2 si trasforma così in un 4-2-2-2 più dinamico).

L’ampiezza dell’azione viene apportata soprattutto da Gayà, abile a sovrapporsi con insistenza sulla sinistra, occupando lo spazio liberato dall’esterno di centrocampo (in questo caso Guedes, autore di un grande gol), come vediamo nell’azione che ha portato al 2-0 contro il Betis della scorsa stagione.

In ultima analisi, se all’interno di questo sistema molto dispendioso dal punto di vista energetico, basato su aggressività, pressing e rapidi spostamenti lungo tutto il rettangolo di gioco i meccanismi sanno essere molto efficaci nel caso in cui tutti gli interpreti seguano all’unisono lo stesso spartito, è anche vero che il minimo errore, come dimostrato in questo avvio di stagione, può causare sbilanciamenti e generare ampie distanze tra i reparti. Situazioni che Marcelino non può permettere si verifichino se vuole darsi qualche possibilità di passare il turno.

di Luigi Favero

 

 

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