F1 – Guy Moll, ragazzo d’Algeria

Chi era? Bisogna andarselo a cercare; le linee del tempo sbiadiscono in fretta, come le traiettorie delle auto di una volta, che erano veloci quasi quanto quelle di oggi ma stavano in equilibrio sul filo esile di gomme strette e troppo gonfie, come si usava all’epoca. Siluri d’acciaio che soltanto a sentire il frastuono del motore acceso veniva da pensare che chi si infilava dentro doveva essere un pazzo, un incosciente o entrambe le cose.

Invece i piloti di quel tempo là, vent’anni prima che nascesse la Formula Uno, non erano adatti – non del tutto almeno – a nessuna delle due definizioni, in fondo. Erano più che altro dei visionari e la loro prima illusione era quella che riguardava la propria invincibilità; non c’era margine di rischio che non fosse gestibile dai loro riflessi, non c’era sorpasso che non fosse possibile e, di conseguenza, era obbligato. Perché se uno sceglie di fare il pilota, in un’epoca in cui qualsiasi automobile rappresenta un miraggio per nove persone su dieci, non può che giocare a spostare avanti la soglia di tutto: delle prestazioni; del rischio in più da prendere rispetto all’avversario; della paura stessa, compagna silenziosa e quasi sempre ignorata.

Madre spagnola, padre francese di origini algerine. Una benestante famiglia di religione ebraica. Si chiamava Rivet, quel posto che gli diede i natali; oggi è Meftah, Algeria, non più colonia francese. Guillaume Laurent Moll, pilota ancora prima di desiderare di esserlo. Tutti quelli che hanno avuto poco tempo per diventare ciò che era già scritto da qualche parte, non hanno potuto, né dovuto aspettare. Forse non tutti sanno che alla fine degli anni venti si correva spesso nel Nordafrica, in circuiti come quello di Algeri, o quello di Orano. Cominciò così, sotto un sole caldo e secco e su tracciati dai quali si alzava a volte una polvere asfissiante. Ma la mecca delle corse era al di sopra del Mediterraneo, in un’Europa ancora molto contadina ma industrializzata quel tanto che bastava per cominciare a costruire sogni su ruote.

Moll decise di accorciare innanzitutto il nome, diventando per tutti Guy, poi è salito su una Bugatti 2300, a meno di vent’anni, in una di quelle gare in cui gli esordienti debuttavano su auto di piccola cilindrata, per prendere la mano con le competizioni: Gran Premio di Marsiglia del 1932, al via assieme a Nuvolari, Fagioli, Chiron, Varzi…la quintessenza dell’automobilismo dell’epoca.

Forse quelli come lui provengono tutti dalla stessa terra: quella del talento puro; dove il cielo è nitido come una gioventù destinata a rimanere eterna; dove al tempo stesso l’orizzonte si mostra desolato in lontananza, per il vuoto che lasciano le storie che troppo presto si interrompono.

Di certo accarezzava le razze dell’ampio volante come un amante sfiora i fianchi della sua donna; quando il calore dei freni brucia come le lenzuola dopo una notte d’amore. Non sapeva guardare che avanti, Guy Moll, anche quando i testacoda gli mescolavano le curve come carte di un mazzo. Nasce pilota chi accetta di giocare ai tarocchi del destino, invincibile nella presunzione, fatalista nella consapevolezza.

Non fu il primo pilota straniero, nella scuderia di Enzo Ferrari, quando quest’ultimo gestiva il reparto corse dell’Alfa Romeo; fu però il primo a farlo innamorare, tanto da fargli usare l’aggettivo “sensazionale”, quando lo ricordò nelle sue memorie. Conosceva gli uomini, Ferrari e, ancor di più, li sapeva riconoscere. Da pilota che era stato e soprattutto da gestore di uomini. Di chi saliva sulle sue macchine valutava e pesava soprattutto le attitudini mentali con cui approcciavano e interpretavano le corse; ciò che sempre rivelava di loro come interpretavano la vita stessa; con quella percentuale di morte che esala a ogni giro dai tubi di scarico. Più lucido via via che i giri del motore salivano, Moll, come lucida è l’arte allo stato puro, con la follia che ne costituisce il rovescio: la medaglia del suo genio non ammetteva compromessi, forse per questo lo definirono insofferente al gioco di squadra, refrattario alla strategia.

Il 15 agosto del 1934 a Pescara, sul circuito di Montesilvano, l’aria era afosa e il vento di scirocco, chissà quanto simile a quello di certi pomeriggi in Nordafrica, spostava le macchine, sgambettandone le traiettorie. La Coppa Acerbo era il banco di prova della supremazia di questa o quell’altra nazionale motoristica: le rosse italiane o le bianche tedesche? Più affidabili le Mercedes e le Auto Union, a giudizio unanime; ma tutti sapevano che Moll avrebbe potuto infilare il muso della sua Alfa oltre la soglia che altri non avrebbero sfiorato, soprattutto con quelle fastidiose condizioni climatiche.

294 chilometri orari: la firma sul lungo rettilineo, nella prima parte di gara, del tedesco Henne, che veniva dal motociclismo. Però, a cominciare da lui, iniziarono a rallentare tutti, i concorrenti, tranne uno: Henne sentì arrivare Moll dietro gli scarichi come una furia; impensabile per chiunque tentare di sorpassare, tanto più che il tedesco aveva occupato il centro della traiettoria, su un nastro d’asfalto di sei metri o poco più, proprio per inibire il più possibile anche il più folle dei tentativi. Per chiunque, tranne uno. Scelse il lato sinistro, Moll, chissà con quanti centimetri di franchigia tra il clamore della folla e il silenzio della tragedia: a quest’ultima il predominio della cronaca di quel giorno; alla gloria che non trascorre il suo ricordo nell’abitacolo della memoria, dove il vento di scirocco, come quel giorno a Pescara, stria le nuvole bianche e disperde l’odore di benzina, ma non lascia segni di rughe sui ventiquattro anni di un campione ragazzino, caro per sempre agli dei del volante.

Ferrari disse una prima volta che Moll gli ricordava Tazio Nuvolari; molti anni dopo tornò a parlare di lui, perché ne rivedeva le gesta in Gilles Villeneuve: basta e avanza, perché il mondo delle corse si tolga il cappello, ogni volta che qualcuno pronuncia il suo nome.

di Paolo Marcacci (formula1.it)

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