F1 – A Jim Clark, che al volante faceva l’amore

C’è un qualcosa, nell’aria, che rende fratelli tutti i veicoli a motore: è il profumo della benzina, quello che inebria i bambini, che dà loro quell’istante di stordimento. Per il piccolo Jim è quello che accompagna il rumore del trattore, quasi sempre in moto nella fattoria di famiglia; hanno ruote grandi i trattori, soprattutto quelle posteriori, dalla spalla così possente. Quasi un presagio.

Ride sempre in maniera composta, Jim, e mai del tutto: abbozza sempre una smorfia che gli piega un angolo della bocca, ma resta seria la sua espressione, con gli occhi scuri, punture di spillo, che sembrano sempre fissare un punto distante, un poco più oltre rispetto a dove guardano gli altri.

A Kilmany la Scozia è così autentica che i suoi abitanti la portano anche sul viso: Jim l’avrebbe portata anche al traguardo, tante di quelle volte da perdere quasi il conto di tutta quella benzina un po’ più profumata e di quelle ruote grandi molto più lisce, che durano troppo poco come tutte le cose dei ricchi. Non sono ricchi, i Clark: sono soltanto diventati benestanti grazie alla fatica nei campi quasi sempre verdi, per cui è benzina la pioggia dell’Atlantico e preziosa la striscia gialla del sole, quando un suo raggio fa capolino e li taglia in due. Verdi, con una striscia gialla che li attraversa: come la Lotus quando mette il muso davanti agli altri, quando Jim inclina la testa mentre i suoi guanti disegnano la curva, rendendola diritta il più possibile, accelerando come fanno gli innamorati quando insistono in quei baci che non vorrebbero far finire mai. Allo stesso modo baciano l’asfalto le gomme di Jim, che se potesse non scenderebbe mai, perché ogni uomo è felice ed è se stesso mentre fa l’amore; perché è come se tenesse una donna per i fianchi, mentre i pistoni non smettono di gemere.

La prima a sedurlo fu la vecchia Porsche di un vicino di casa, incontrata per caso, come tutte quelle signore a cui salta in testa il capriccio di toglierti la verginità.

Ci vuole quasi sempre un genio, per riconoscerne un altro; meglio ancora se sono due sudditi di Sua Maestà, perché i britannici hanno parole essenziali, prima di stringersi la mano. Jim Clark da Kilmany aveva capito, sin dalla prima volta in cui aveva affondato il pedale del gas, che sarebbe stato felice ogni volta in cui avrebbe avuto tra le mani un’auto veloce; Colin Chapman capì subito di aver conosciuto un campione, uno di quelli che non solo mostrano di poter vincere, ma anche di segnare un’epoca, di contribuire a rendere più popolare e più ricco lo sport che li ha scelti la seconda volta che sono venuti al mondo: perché sono dei predestinati, quindi non sono stati loro a scegliere.

La Formula Uno e gli anni sessanta: uno dei binomi più affascinanti dell’epoca moderna, che si avvia a diventare contemporanea. Sta finendo l’epoca dell’automobilismo pionieristico e cavallerescamente dilettantesco; bussano alla porta le sponsorizzazioni, la ricerca della prestazione e del suo miglioramento costante; una meccanica sempre più raffinata e delicata, da riprodurre poi, nei suoi più affidabili aggiornamenti, nella produzione di serie. Siluri su ruote, le macchine, carlinghe d’acciaio il cui abitacolo è spoglio come la stanza di un monastero; ancora senza appendici aerodinamiche, squali senza pinne di cui si è domatori fino all’istante in cui non si diventa prede; col possente cuore esposto alla vista di tutti: la nudità del motore che mostra ogni battito mentre ruggisce, e scuote l’asfalto dove poggiano i piedi gli uomini comuni, cioè tutti quelli che non accetterebbero mai di infilarsi lì dentro, protetti solo da un casco aperto, che ancora non prevede una visiera. Poi il pilota mette dei grossi occhiali, come una specie di maschera, con l’elastico spesso che fa il giro del casco. Chissà se a Jim Clark quegli occhiali ricordano quelli dei trebbiatori, che ha visto tante volte da bambino, su un asfalto di spighe, e forse ha invidiato, quando manovravano quelle mastodontiche macchine che quasi coprivano l’orizzonte.

Sulla finestra delle modernità, quelle sociali come quelle tecnologiche, si affaccia un ragazzo che sembra già un signore, schivo e composto quando sorride, felice quando spinge il bottone dello start, con i tappi di cera che lo isolano dalle chiacchiere di tutti quelli che lo ammirano, lo invidiano e che non sempre hanno il privilegio di fare ciò che amano: il campione ha già vinto prima del traguardo, quando il destino ha scelto per lui la felicità.

Qualche suo collega dice che, vedendoselo fuggire davanti, non baratterebbe mai la sua vita con il modo in cui Jim corre per vincere, perché interpreta le traiettorie come se volesse convincerle a ridisegnarsi secondo i suoi desideri; schiacciando, sotto l’acceleratore, la testa al serpente del rischio.

Ride in maniera appena un po’ più pronunciata, Jim, quando si toglie gli occhiali da Campione del mondo, la prima volta, nel 1963, con 54 punti; gli stessi con cui bissa il titolo nel 1965, l’anno in cui la sua leggenda divora anche l’asfalto liscio dell’altro emisfero automobilistico, perché sull’ovale di Indianapolis Clark è il primo europeo ad aggiudicarsi la “500 Miglia”, lasciandosi alle spalle due veterani del circuito come Rufus Parnelli Jones e Mario Andretti. Sempre il giallo e il verde della Lotus 25, dei campi di Scozia e del sole che si affaccia tra le nuvole rapide soffiate dall’oceano.

Per gli almanacchi è due volte Campione del mondo, per la storia è campione mondiale, perché la sua fama travalica il mondo dell’automobile, al punto tale da farlo finire sulla copertina del “Time”, ritratto in un dipinto, come fosse già storia mentre ancora scrive la cronaca del suo sport, delle sue vittorie. Anche in quel ritratto ha un sorriso appena accennato, timido, con gli occhi scuri che seguono la traiettoria di uno sguardo assorto: forse il pensiero della prossima gara, forse il solito velo di nostalgia per la Scozia, dove non torna mai abbastanza, dove era diventato lo stesso uomo che ora tiene dietro Jack Brabham e Graham Hill, prima ancora di scoprire la felicità sulla Porsche di un amico.

Lo stesso uomo, sempre sulla stessa macchina, come un mantra vittorioso di pilota e scuderia; come uno di quei matrimoni di una volta, in cui c’era la certezza di invecchiare assieme. Finché morte non vi separi.

Il 7 aprile del 1968 fa ancora freddo, in Germania; Jim sta gareggiando a Hockenheim,  in Formula Due, per la “Martini Gold Cup”, perché la Formula Uno osserva una lunghissima, assurda pausa di quattro mesi. Piove a sprazzi, col vento che asciuga le parti del tracciato meno in ombra, lasciando chiazze d’acqua in altri punti.

Una curva a sinistra, poi a destra, in uno di quei punti del tracciato che per i piloti non richiedono particolare impegno. A quel punto in tanti hanno detto la propria, come se facesse chissà quale differenza; c’è chi ha parlato della foratura di uno pneumatico, chi del cedimento di una delle sospensioni che erano state adattate; c’è stato addirittura chi ha ipotizzato lo spegnimento del motore o un animale selvatico trovatosi a passare sull’asfalto. L’unica cosa certa è che in quel punto c’è solo un esile reticolato, che Jim scavalca, come quando era bambino, perché subito dopo comincia il bosco e l’asfalto cede spazio al verde, al canto degli uccelli, in un punto di verde che è l’ultima cosa da trattenere nello sguardo, come se stesse tornando finalmente a casa.

Oggi quella curva si chiama Jim Clark, perché ogni volta che una macchina da corsa transita in quel punto, l’automobilismo chini il capo, e il casco, davanti al suo figlio prediletto. E la morte, che forse quel giorno pensò di essere la protagonista, se non fosse stata così stupida e così presuntuosa, si sarebbe soltanto fermata ad applaudire, mentre passava il Campione.

di Paolo Marcacci (www.formula1.it)

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