Il calcio fatto di numeri… e che numeri!

Se vi chiedo, il 10 più famoso della storia del calcio? 

La risposta mi sembra ovvia, chi può non ricordare il giocatore che ha scritto la storia di questo sport?

Ovviamente questo è il più classico degli esempi, ma se vi parlo di “numeri nel calcio” non mi riferisco solo ed esclusivamente a quello che può essere il 10 di Maradona o il 9 di Ronaldo (il fenomeno) e quindi il numero sulla divisa di un calciatore.

Una partita di calcio è fatta di eventi e questi hanno luogo in uno stadio nell’arco di 90 minuti, quindi la partita termina poco oltre il 90esimo minuto.
Quante partite di calcio sono state decise al 90esimo minuto?
Diverse biografie vogliono che sia nato a Senigallia e cresciuto a Buenos Aires, e quindi calcisticamente cresciuto  in Argentina.
Arrivato alla Juventus nel 1929 con la quale vinse 4 scudetti, questo italo-argentino si distinse nel panorama nazionale e internazionale per le sue ottime prestazioni e soprattutto per le reti siglate sul finire del secondo tempo dei match disputati.

13 Dicembre 1931, Italia – Ungheria 3-2, vittoria agguantata nel finale con un gol di Renato Cesarini.

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Renato Cesarini – http://www.barfrankie.com

Chi non conosce la fantomatica “Zona Cesarini”?

In quegli anni, quando nel calcio si giocava ancora con il modulo del W-M ovvero con il 2-3-5, i numeri sulle divise di gioco erano fondamentali per la preparazione tattica della partita.
I giocatori avevano una numerazione pressoché “standard”, ovvero:

  • il numero 1 veniva dato al portiere, il 2 e il 3 ai difensori, rispettivamente destro e sinistro;
  • I numeri 4 e 6 erano rispettivamente il centrocampista sinistro e destro;
  • I numeri 7 e 11 erano assegnati all’ala destra e sinistra, il 10(sx) e l’8(dx) gli attaccanti interni ed il 9 il centravanti.
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“La Grande Ungheria”

Nel 1953 l’Inghilterra era una squadra che portava avanti la reputazione di “inventori del football”, e fino al 25 Novembre di quello stesso anno erano l’allora squadra campione olimpica ed imbattuta da 24 incontri.
Il 25 novembre avvenne una rivoluzione nel modo di giocare al “football”, e questo avvenne nella partita amichevole disputata a Wembley in casa degli inventori, a casa di quelli che avevano detto agli altri come giocare.
I più blasonati Inglesi giocavano con l’ormai affidabile W-M e con la numerazione standard contro una semisconosciuta Ungheria, che contava sui piedi di Hidegkuti e Puskás.
Già ad inizio partita si riscontrarono stranezze, confusione.
Il commentatore televisivo Kenneth Wolstenholme faticava nella descrizione del modulo dei magiari, la numerazione non era quella standard, i due terzini avevano il 2 ed il 4, il centromediano il 3 ed il centravanti numero 9 (Hidegkuti) arretrava a centrocampo con il 10 che faceva l’attaccante insieme al numero 8!
In altre parole, gli Ungheresi assegnavano i numeri di maglia come se si dovesse leggerli in successione direttamente sul terreno di gioco.
Da li in poi fu predominio tattico e soprattutto tecnico degli Ungheresi, i giocatori inglesi erano impotenti davanti a quel disordine organizzato.
Finì 7 a 1 per l’Ungheria… umiliazione ed imbarazzo per gli inglesi.

La numerazione calcistica permetteva ai titolari vestire le casacche dal numero 1 all’11, e le riserve dal 12 in su. Quindi affermarsi con un numero in particolare non fu facile per molti e i pochi che vi riuscirono diventarono bandiere, simboli di un club o di intere nazioni.
Di solito i numeri erano assegnati in base ai ruoli, quindi raramente prima della fine degli anni ’90 inizio 2000, ricordiamo un portiere numero 9 o un centrocampista numero 1… sì, ma ho detto “di solito”.
Sì perché caso assai particolare fu quello del centrocampista fuoriclasse argentino Osvaldo Ardiles, al quale nel campionato mondiale del 1982  fu assegnato il numero 1. Ovviamente non fu una scelta del giocatore, ma fu frutto dell’assegnazione dei numeri in ordine alfabetico.

Quindi De Guzman non è il primo… ma De Guzman lo sa chi è Ardiles?

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De Guzman/Ardiles – http://www.corrieredellosport.it

A fine anni ’90 e più precisamente nella stagione ’95-96 i giocatori poterono scegliere il proprio numero da indossare in campo e quindi “farlo proprio”.
Da qui in poi se ne sono viste di tutti i colori, e impazzavano i numeri e le scelte più inusuali.

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“El Chiqui-Campos” – http://www.mediapolitikasport.it

Doveroso a questo punto ricordare il messicano Jorge Campos, portiere-attaccante del PUMAS-UNAM che vestiva la maglia numero 9. Questo era un piccoletto di 1.68 cm inizia la sua carriera nella squadra di Città del Messico come portiere e dato che agli inizi venne chiuso dalla concorrenza di Adolfo Ríos, decise di “riciclarsi” come attaccante con il risultato di 14 in 37 presenze.
Ricoprì il ruolo di attaccante sino al 1990 quando ottenne la titolarità tra i pali. Particolare non indifferente per Chiqui-Campos era che si disegnava le divise da gioco da solo.

Restando in tema portieri, non è meno eccentrica la scelta del portiere statunitense Steven Cronin che ha indossato la maglia numero 0.  Molto probabilmente ricordato solo per questa scelta.

Più che una scelta eccentrica, io definirei quella fatta da Zerouali come auto-ironica scegliendo il numero 0 data l’assonanza del suo cognome con il numero.

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Salvatore Soviero

Ma se guardiamo a casa nostra, di esempi ce ne sono e come!
Anche da noi gli estremi difensori si sono sbizzarriti come l’indimenticabile 10 di Lupatelli al Chievo, scelta fatta per via di una scommessa con gli amici.
Non da meno Luca Bucci che ha indossato la maglia numero 5 per 30 volte subendo 50 reti e anche la 7. E che dire del garbatissimo portiere numero 8 Salvatore Soviero?
C’è anche chi ha giocato con il proprio cognome, provate a leggere in inglese il numero 14 sulla maglia di Fortin.

Non sono solo i portieri hanno stupito e divertito i tifosi ma anche i giocatori di movimento, come Marazzina che al Bologna indossava il numero 41 perché calzava quella misura di scarpe.

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“Bam-Bam 1+8”

C’è poi anche chi non potendo scegliere il proprio numero preferito perché già occupato, ha dovuto adattarsi ed usare fantasia, e fu così che Zamorano scelse di mettere usare la maglia 1+8.

E il 44 di Gatti ve lo ricordate?

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“44 Gatti” – http://www.gol.com

 

Il “fattore C” nel calcio ha da sempre il suo peso, e anche nella scelta del numero di maglia questo fattore ha influenzato molti, come Antonio Cassano quando indossava il suo 18 al Bari portandoselo a Roma.

Con la scelta del numero, quest’ultimo è diventato anche importante in relazione al marketing e l’esempio più vicino a noi non può che essere il 7 di Cristiano Ronaldo.
Con il marchio CR7, sigla creata con le iniziali del giocatore e il numero di maglia, oltre a identificare il calciatore è anche la marca di abbigliamento proprio del fuoriclasse portoghese.

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Cr7 Collection – http://www.fashiontimes.com

Ovviamente se parliamo di numeri non possiamo parlare solo di quelli di maglia, infatti se proviamo ad individuare numeri con una importante valenza nella storia di un club.
Il 10 o per meglio dire “la decima” è stato un numero tabù per il Real Madrid, si perché la decima Champions League era diventata un ossessione dato che ogni anno Florentino Pérez non sapeva più chi comprare per arrivare alla tanto ambita coppa!
Alla fine la decima arriva nella finale del 2014 contro i tanto odiati rivali dell’Atletico Madrid.

Se il Real Madrid è riuscito a sfatare quella sorta di maledizione a due cifre, non si può dire la stessa cosa per il Benfica.
Purtroppo per i portoghesi la loro maledizione non ha due cifre ma ben tre, sì perchè non raggiungono una finale dal 1962 quando Béla Guttmann maledì la squadra portoghese con queste parole:

“D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni”.

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Bela Guttman e la maledizione – http://www.barfrankie.it

Beh tutto sommato qualche “dollaro in più” a quello che ha insegnato il 4-2-4 ai Brasiliani con cui poi la nazionale verdeoro avrebbe stupito il mondo a Svezia 1958 potevate darglielo.

di Andrea Danuzzo

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