Calcio&Ricordi – Dario Hübner, il bomber senza tempo

Immagine tratta da it.notizie.yahoo.com

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ancelottiEra Maggio del 2002, fu preso in prestito dal Milan per la Tournée in America. Ricordo un aneddoto, che successe contro l’Ecuador. Finì il primo tempo, e al rientro negli spogliatoi, mi accingo a parlare con i ragazzi, (da notare che tutti i big erano con le varie Nazionali, a prepararsi per il Mondiale del 2002) lo cerco, e non lo trovo. Chiedo agli altri che fine avesse fatto. Abbiati mi fa: Mister è dietro il bagno. Aprii la porta, e vidi che stava fumando una Marlboro e vicino aveva una piccola lattina di birra,che si era portato dall’albergo. Gli dissi: ma, che fai? Ti stai giocando una conferma nel Milan, e vieni a fumare e bere negli spogliatoi? Come lo giochi il secondo tempo? Lui mi guardò ed in tutta tranquillità disse: Mister, sinceramente è una vita che faccio questo, e se non lo faccio non riesco a rendere al meglio. Per quanto riguarda il Milan, son venuto solamente per la pubblicità in modo che posso allungare la carriera di altri 2-3 anni. A quest’ora ero al mio paese a prendere un po’ di fresco. Terza cosa: la vuole una sigaretta?
A quella frase tutto lo spogliatoio, cominciò a ridere, ed anche io mi feci una bella risata. Era così lui, genuino al massimo. Pensava solo a star bene con se stesso.

A raccontare questo aneddoto è nientepopodimeno che Carletto Ancelotti, all’epoca dei fatti allenatore del Milan.
Protagonista della vicenda? Senza dubbio, da quello che viene fuori, si tratta di un “tipo strano”, un calciatore atipico, quasi unico nel suo genere, in due parole Dario Hübner.

Una certezza granitica per quanto riguarda gli amanti di questo sport, è che alla lettura del nome del bomberone ex Brescia, tutti gli inguaribili nostalgici del calcio che fu, tireranno su le estremità della bocca fin sopra gli zigomi, stampando un grosso e grasso sorriso sul volto. E non si tratta di una inutile esagerazione, non lo è perché Dario Hübner, così “particolare”, così “atipico”, negli anni a cavallo tra i ’90 ed i 2000, ha veramente conquistato tutti, a suon di gol e “diversità.

Il Tatanka (soprannome guadagnatosi nella stagione 90/91 quando era in forza al Fano, alla corte di Francesco Guidolin), infatti, non era solo un tipo da tarallucci e vino, ma era un bomber con i gli attributi.

Unico attaccante insieme ad Igor Protti ad aver vinto il titolo di capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C, (rispettivamente con Piacenza, Cesena e Fano), infatti, l’intramontabile bomber classe ’67 ha segnato in carriera circa 350 reti. Ben 74 di queste, sono state messe a segno nella massima serie italiana, nelle 143 presenze totali (con la straordinaria media di 1 gol ogni due partite).

I primi 16 dei suo 74 gol in Serie A, sono stati messi a segno da Dario con la maglia del Brescia, nella stagione 97/98, quella dell’esordio nella massima serie, andando a segno nel primo match stagionale del suo Brescia, a San Siro, nella sconfitta per 2-1 contro l’Inter e, poi, mettendo a segno una tripletta nell’incontro successivo, nel 3-3 casalingo contro la Sampdoria.

IL MOMENTO PIU’ BELLO

hubnerCome momento più bello della mia carriera ricordo due immagini in particolare.
La prima è stata quando sono entrato a San Siro il 31 agosto 97, il giorno del mio debutto in Serie A (giorno del debutto anche di Ronaldo). Ricordo che siamo entrati in campo all’una e mezza e lo stadio era gremito. Io non avevo mai visto 85 mila persone tutte insieme per una partita, ero abituato a vederne 1000, 20 mila 30 mila massimo.
Poi, nella stessa partita feci gol io (il mio primo in Serie A); portai in vantaggio il Brescia a San siro, e c’erano sempre quelle 85 mila persone però in silenzio. Poi, purtroppo, dopo si svegliò Recoba ci fece due gol e perdemmo 2-1. Però la scena degli 85 mila di San Siro muti, a parte i 5000 bresciani che erano lì, è una cosa che ricorderò per sempre

 

Si ripete in Serie A sempre col Brescia, tre anni dopo, nella stagione 2000/2001 (dopo due anni in B, dove mette a segno 42 reti equamente ripartiti nelle due annate), marcando 17 reti e forma il “trio delle meraviglie” delle rondinelle, tra campo e panchina, con Roberto Baggio e Carletto Mazzone.

SU BAGGIO E MAZZONE

hubnerRoberto è arrivato dopo pochi giorni di ritiro. Eravamo andati in Serie A, Sonetti non era stato riconfermato e Corioni aveva preso Mazzone. Dopo una settimana di ritiro è arrivato Roberto Baggio, perché Mazzone gli aveva chiesto se aveva voglia di venire a Brescia, e lui accettò. È una persona tranquilla, un grande professionista che non ha mai fatto pesare la sua importanza calcistica.
Lo abbiamo accolto a braccia aperte e ci siamo messi al suo servizio perché, quando hai un giocatore del genere in squadra, se devi correre per lui lo fai volentieri.

Lui [Mazzone] ti faceva stare bene, ti dava tranquillità e ti dava anche libertà, libertà di fare tutto. Diceva sempre “Fai quello che vuoi ma in campo devi darmi quello che ti chiedo”.

 

Quell’anno, grazie alle sue reti e all’esperienza del duo Baggio-Mazzone, il Brescia termina la stagione al settimo posto, qualificandosi per la Coppa Intertoto (il quale resta il miglior piazzamento in Serie A, del club lombardo).

Nella stagione successiva, passa al Piacenza, dove riesce a mettere a segno ben 24 reti, da una parte portando il club emiliano ad una storica salvezza, dall’altro arrivando a vincere la classifica marcatori e divenendo, all’età di trentacinque anni, il più anziano giocatore capace di vincere il titolo di capocannoniere della Serie A (un record strappatogli nel 2015 dal trentottenne Luca Toni).

Dopo quella stagione, disputa un’altra (l’ultima) stagione in Serie A (tra Ancona e Perugia) totalizzando 22 presenze e 3 reti.

Tuttavia, seppur le maggiormente conosciute, quelle nella massima serie non sono le sole reti segnate dal bomber triestino.
Guardando, infatti, lo storico dell’attaccante, la sua carriera parla di vagonate di reti messe a segno in carriera (sia prima che dopo le stagioni in Serie A), dalla Prima Categoria alla serie cadetta.

Immagine tratta da www.tuttocesena.it

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Oltre le 74 reti in Serie A, infatti, sono 22 quelle segnate in Prima Categoria bresciana (nelle 20 presenze con il Castel Mella, nella stagione 09-10, all’età di 43 anni), 2 nelle 6 presenze in Promozione nella stagione successiva (con la maglia del club brianzolo del Cavenago), 58 nelle 64 presenze in Eccellenza nelle tre stagioni tra il 2006 ed il 2009, con l’Orsa Corte Franca, 18 nelle 25 presenze in Serie D tra Chiari e Rodengo Saiano nella stagione 05/06,  circa 40 tra C1 e C2 nelle oltre 140 presenze (con Pergolettese, Fano, e Mantova) ed, infine, quasi 130 nelle sue circa 250 presenze in Serie B tra, appunto, Brescia (98/99, 99/00), e Cesena (5 stagioni tra il ’92 ed il ’97).

LA “FAMIGLIA” DI CESENA

hubnerAl Cesena era un calcio di famiglia, noi giocatori venivamo trattati come figli. Certo, il risultato contava ma l’aspetto familiare contava al 95%; ti sentivi parte di una famiglia. Io ho fatto cinque anni a Cesena, non facevi parte solo di una squadra di calcio, sì certo la domenica dovevi giocare, ma facevi parte di una famiglia, famiglia che si chiamava Cesena. Non era il calcio come adesso, il calcio un po’ economico e di business, era più un calcio familiare.

Un attaccante universale che ha fatto del gol la sua medicina, il nettare vitale della sua carriera, terminata alla veneranda età di 44 anni.

E’ pur vero che star del calcio sono altre, CR7, Zlatan Ibrahimovic, Neymar, Aguero, tutti grandi campioni, ma mai nessuno capace di regalare emozioni come quando a metterla dentro era il (tanto geniale quanto sregolato) Tatanka Dario Hübner.

di Rocco Lucio Bergantino

Fonte intervista Hübner Fischio di Inizio

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