Infinitamente Ronaldinho

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immagine da goal.com

In Brasile esiste una particolare condizione dell’animo: la rassegnazione al fatto che le cose più belle, anche quelle di cui non puoi fare a meno, presto finiranno, in modo che poi se ne possa provare immediatamente nostalgia (la famosa saudade), perché è proprio quando ti viene a mancare qualcosa, ancor più di quando ne disponi, che ne comprendi davvero l’importanza (c’è forse qualcosa di più malinconico di vivere nella certezza che ogni cosa finirà da un momento all’altro?).

In tutto il Sudamerica il calcio è parte integrante della cultura nazionale oltre che veicolo sociale e motivo di aggregazione (durante i feroci regimi militari del 20° secolo, ad esempio, gli stadi erano uno dei pochissimi posti dove ci si poteva riunire e addirittura lanciare accuse al governo). Ma c’è un Paese in particolare in cui il calcio è sacro, in cui il calcio è una fede indiscutibile: stiamo chiaramente parlando del Brasile. Da nessun’altra parte nel mondo lo stile di gioco dei calciatori rispecchia lo spirito del popolo nella misura in cui avviene in Brasile, o paìs do futebol. I brasiliani vivono su un’altalena di emozioni che non si ferma mai: il loro stato d’animo spazia a una velocità sorprendente dall’euforia più contagiosa all’inquietante malinconia, e questa fragilità emotiva dà origine a una spiazzante presa di coscienza che si traduce nel complesso dei vira latas (si potrebbe definire complesso d’inferiorità, ma non esiste una traduzione equivalente nella lingua italiana). Come anticipato, questo concetto si manifesta in maniera naturale anche (soprattutto?) nel calcio. Dalle parole dello scrittore brasiliano Nelson Rodrigues:

“La pura e santa verità è la seguente: qualunque giocatore brasiliano, quando si libera dalle sue inibizioni e si mette in stato di grazia, è qualcosa di unico in termini di fantasia, improvvisazione e inventiva. Solo una cosa lo ostacola, e a volte neutralizza le sue qualità. […] Per vira latas intendo l’inferiorità in cui il brasiliano si colloca davanti al resto del mondo. Non essere all’altezza della sua grandezza, è questo il problema del Brasile e del suo calcio”.

Tutto questo serve a spiegare il motivo per cui molti giocatori brasiliani non riescano a esprimersi al massimo del loro potenziale per un arco prolungato di tempo. Pur nell’abbagliante splendore delle loro carriere, pensate ad esempio a campioni assoluti come Ronaldo, Kakà, Adriano (ma in generale il discorso è estendibile alla maggior parte dei brasiliani) e infine Ronaldinho, il protagonista di quanto state per leggere. Hanno tutti raggiunto picchi celestiali, ma proprio sul più bello si sono dimostrati fragili, entrando nella fase sportiva calante a nemmeno 30 anni (con infortuni e problemi extra-calcio a rincarare la dose), come se psicologicamente non fossero all’altezza del loro ineguagliabile talento. Vira latas, appunto.

Ebbene Ronaldinho più di tutti ha comunicato gioia, spensieratezza, armonia sul rettangolo verde che tanto adoriamo e molte volte, per osmosi, tutto ciò si trasferiva al resto della squadra.

Come diceva Samuel Eto’o ai tempi del Barcellona:

“Dinho era un genio e non solo in campo. Il giorno in cui non si sentiva felice non giocava bene. Spesso però arrivava nello spogliatoio sorridente e felice mi diceva: ‘Samuel, come ti senti?’. Se gli rispondevo anch’io ‘bene’, lui replicava: ‘Perfetto, andiamo a vincere’.”

Con lo stop di petto accarezza la palla, come se fosse la sua fidanzata . Che giocatori, che squadra quel Barcellona…

Per comprendere ciò che è stato il Gaùcho (così si chiamano i nativi dello stato del Rio Grande do Sul) occorre infatti andare oltre i 233 (!) gol in carriera, il Pallone d’Oro e la Coppa del Mondo. Sì, perché Ronaldinho ha segnato un’epoca, ha lasciato un marchio (il famoso R10), è stato fonte d’ispirazione per milioni di persone e probabilmente uno dei più forti calciatori mai nati. Ronaldinho ha rivoluzionato il modo di giocare, interpretando come nessuno aveva fatto prima il ruolo di trequartista, ha dipinto calcio pescando da un repertorio di giocate impossibili da pensare ancora prima che da eseguire, ha saputo essere tecnicamente innovativo, trasgressivo, trascendentale, ma soprattutto ha trasmesso emozioni, come quella gioia ammorbante presente nel dna di ogni brasiliano. L’unicità di Dinho sta nel fatto di non aver mai smesso di emozionare lo spettatore: anche negli ultimi anni di carriera, quando cioè giocava praticamente da fermo, le sue giocate provocavano nel pubblico lo stesso stupore della prima volta. E’ stato in grado di innescare sentimenti così intensi nei cuori degli appassionati al punto da ottenere rispetto e ammirazione anche dalle tifoserie rivali. Quante volte un gol del Barcellona è stato applaudito a scena aperta da tutto il Santiago Bernabeu?!

Una:

A questo punto credo sia fondamentale tracciare un solco tra ciò che è ordinario e ciò che è straordinario. Non penso di esagerare quando dico che Ronaldinho è stato il giocatore più spettacolare di sempre: passaggi no-look, rabone, colpi di tacco, finte ubriacanti facevano da contorno alla sua onnipotenza calcistica. Sì, onnipotenza, perfezione. Non mi sto riferendo all’abilità tecnica, quella che puoi affinare allenandoti ogni giorno, ma a una dote che solo i predestinati possiedono. A Ronaldinho apparteneva il senso del gioco, ovvero quella rarissima capacità di pensare ed eseguire la giocata migliore, di provare quindi la naturale sensazione del tempo, del preciso momento in cui si doveva separare dalla palla, come in obbedienza a uno spartito superiore, che solo chi appartiene all’iperuranio del Gioco può percepire. Semplicemente “nascido para jogar futebol”, nato per giocare a calcio.

La carriera di Ronaldinho ha seguito la naturale evoluzione di un talento che non ha avuto bisogno di essere levigato in base agli standard europei. Il talento è autentico, e come tale va custodito e cullato. Lo capirono anche quelli del PSG, la sua prima squadra europea, che a inizio millennio lo strappò alla folta concorrenza (Inter, Real Madrid, il PSV che un altro Ronaldo lo aveva già fatto sbarcare…). Ronaldinho arrivò in Francia già formato, come se fosse nato pronto, come se avesse immaginato tutto in anticipo, come un profeta col compito di spiegare calcio. La sublimazione delle sue capacità è arrivata al posto giusto, al momento giusto: quei 2-3 anni centrali della sua avventura blaugrana sono stati costellati da prestazioni individuali tra le migliori che possano essere ricordate, il tutto accompagnato da un ambiente che stava per assistere a una delle squadre più forti di sempre.

Ronaldinho serve un assist clamoroso a un giovane ragazzino che segna così il suo primo gol in Liga. Passaggio del testimone…

Quella di Ronaldinho col pallone è stata un’appassionante storia d’amore, come affermavano le sue stesse parole qualche anno fa: “Quando darò l’addio al calcio, piangerò per il resto dei miei giorni. Quando morirò, non seppellitemi in cimitero. Fatemi una tomba accanto a uno stadio, e assicuratevi che nella mia tomba ci sia un pallone. Perchè il calcio è la mia vita.”

Se il calcio ha dato così tanto a Ronaldinho è assai probabile che lui abbia restituito ancora di più a chi lo ha visto giocare. Per questo è impossibile, qualunque squadra si tifi, non avere un debole per quel ragazzo di Porto Alegre, per quello che R10 ha significato per il calcio. Nei confronti dei tifosi, ha saputo elevare questo sport a livelli di piacere fino ad allora inesplorati. Ha saputo divertirsi e far divertire. In poche parole, Ronaldinho è un regalo che il calcio ha fatto a chi lo ama.

Samba applicata al calcio:

Questo momento sarebbe dovuto arrivare, lo si sapeva. Pochi giorni fa l’idolo sportivo di una generazione, il genio innato che ha deliziato anche la migliore platea, ha dato l’addio al calcio, dopo essere tornato per qualche stagione in Brasile. Vederlo giocare un’ultima volta, magari con la maglia della Chapecoense, che la terra sia lieve ai suoi ragazzi, probabilmente resterà un sogno. Anche se, realmente, Ronaldinho col calcio non smetterà mai.

Come ci tramandano dal Brasile, le cose più belle, anche quelle di cui non possiamo fare a meno, prima o poi finiscono. E non potremo mai stabilire se è questa l’amara verità sulla vita, ma provarne immediatamente e inevitabilmente nostalgia, beh questo sì.

Muito obrigado, Dinho.

di Luigi Favero

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