TANGO PEROTTI – Amore a prima vista

« Il tango non è maschio; è coppia: cinquanta per cento uomo e cinquanta donna, anche se il passo più importante, l’ “otto”, che è come il cuore del tango, lo fa la donna. Nessuna danza popolare raggiunge lo stesso livello di comunicazione tra i corpi: emozione, energia, respirazione, abbraccio, palpitazione. Un circolo virtuoso che consente poi l’improvvisazione. (Miguel Ángel Zotto) »

UNO, DOS, TRES!

Alla fine del diciannovesimo secolo, nel preciso contesto geografico dello spazio compreso tra Buenos Aires e Montevideo, dunque nelle zone del Rio de la Plata, vede la luce un nuovo tipo di ballo. Il Tango nasce in America come frutto della contaminazione ritmica africana, e viene diffuso da emigranti di origine europea. Insomma, una commistione di civiltà, danze, linee melodiche differenti.

rio de la plata - Google Maps

La zona in cui ebbe origine il Tango

Il più grande cantore del genere, Carlos Gardel, definiva meravigliosamente il Tango come “un pensiero triste che si balla” i cui tòpoi (temi ricorrenti) sono l’infelicità, il rimpianto, l’erotismo, l’amore perduto. “Tango” in latino è la prima persona singolare del verbo che significa “toccare”. Ed è proprio ciò che avviene durante l’esecuzione: un sensuale susseguirsi di emozioni, sguardi, carezze. Il rito originario prevede che l’uomo scandisca gli istanti immediatamente precedenti al ballo. Uno…dos… ultimo cenno d’intesa, e… al tres parte un’elegante improvvisazione di passi, evoluzioni, figure.

Un secolo dopo, nella stessa regione, in una cittadina chiamata Moreno, alla ventiseiesima alba del luglio 1988 nasce Diego Perotti, uno che il tango deve avercelo nel sangue. Diego è il figlio di Hugo, ex attaccante di origini italiane del Boca Juniors, che nel 1981 ebbe la fortuna di giocare insieme a Maradona. Il Boca quell’anno vinse il campionato e Hugo, ammirato a tal punto da el diez decise che il primogenito avrebbe dovuto chiamarsi proprio come il suo idolo.

NEL NOME DEL PADRE

“El Monìto” (“la scimmietta”), soprannome che come da tradizione argentina viene ereditato dal padre (Hugo era “el Mono”, “la scimmia”) decide che il Tango lo ballerà sui campi da calcio, e così a 18 anni esordisce in prima squadra nel Deportivo Moròn, società che lo aveva prelevato appena 13enne dal vivaio del Boca. Al Boca però ci tornerà nel 2014, pur giocandoci solo 2 partite, in prestito dal Siviglia, che lo aveva scaricato nel momento più buio della sua carriera. La sua avventura sevillista, che gli ha permesso di affacciarsi al calcio europeo, si conclude definitivamente al rientro dal prestito, con 9 reti in 117 presenze e tanti, troppi infortuni muscolari.

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Diego Perotti ai tempi del Siviglia. SerieAnews.com

Quel che viene dopo lo conosciamo benissimo: Diego rinasce letteralmente sotto la guida di Gasperini a Genova, che sarà una vera e propria rampa di lancio verso Roma, dove troverà una squadra potenzialmente in grado di fargli fare il definitivo salto di qualità, di compiersi una volta per tutte. Ma non è su numeri e statistiche che vogliamo soffermarci, sarebbe estremamente riduttivo per analizzare un giocatore fuori dal comune come Perotti.

SEDOTTI DA PEROTTI

“El Monìto” è un ibrido tra un 10 classico (ruolo ormai malinconicamente in via d’estinzione) e un esterno offensivo, un “sette” come si diceva un tempo. Troviamo la soluzione in un pratico compromesso, affermando che a Perotti appartengono fisico e velocità da ala, ma visione, dribbling stretto e senso del gioco da trequartista.

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radiogol24.com

I dribbling di Perotti rappresentano una fedele trasposizione dei passi di Tango applicati al calcio. L’argentino ama partire da lontano, toccare ripetutamente la palla, accarezzandola dolcemente e allo stesso tempo tenendola incollata al piede, in modo da rendere sempre difficoltoso un eventuale intervento avversario. Così come l’uomo non perde mai del tutto il contatto fisico con la donna durante un Tango, allo stesso modo Perotti dà l’impressione di avere sempre sotto controllo la sfera di gioco.

Perotti con la palla ci fa l’amore:

Ciò che rende ancora più imprevedibile il gioco di Perotti è il fatto che possa usare allo stesso modo destro e sinistro, andando indifferentemente verso il centro del campo o sul fondo. Solitamente preferisce partire dal lato sinistro per poter attaccare con efficacia l’half-space (spazio intermedio) tra difensore centrale di destra, terzino destro e mediano, data la naturale propensione a condurre l’azione col piede dominante, il destro.

Il vastissimo skills-set dei suoi dribbling ha sempre un comun denominatore: l’arte del controtempo, peculiarità tecnica che solo una ristretta èlite di giocatori ha come freccia in faretra e che raggiunge la sua sublimazione quando ad eseguirla è il numero 10 del Barcellona.

Di quell’èlite Diego ne fa parte:

Se infatti il ritmo del Tango ha una cadenza non uniforme che comporta un’accelerazione e decelerazione dei passi nell’ambito di uno stesso brano, analogamente Perotti è in grado di conferire velocità differenti e cambi di direzione repentini all’interno dello stesso dribbling. Questo grazie al suo eccezionale controllo del corpo, che gli permette di spostare il baricentro senza perdere equilibrio (anzi, facendolo spesso perdere al diretto marcatore). L’avversario (gli avversari quando raddoppiato) è involontariamente portato a fare la prima mossa, il primo passo di danza, per recuperare la posizione migliore. E’ proprio in quel momento che Perotti sa di aver vinto il duello, sa che il marcatore correggerà la sua posizione, mentre lui andrà nel verso opposto. La capacità di prendere decisioni in pochi centesimi di secondo è ciò che contraddistingue un grande tanguero da un ballerino amatoriale. E’ ciò che separa Diego Perotti dalla normalità.

Tecnica, velocità,dribbling controtempo…Yevhen Konoplyanka, il giocatore che più ci ricorda Diego Perotti:

Ma allora, vi starete chiedendo, come mai Perotti non è diventato un fenomeno a livello mondiale?

Ci sarebbe da discuterne per ore, ma proviamo a rispondere in estrema sintesi. Sarebbe infatti sbagliato ricondurre la sua mancata continuità ad alti livelli solo agli infortuni (che ne hanno ritardato e limitato irreversibilmente la crescita, va detto). Se a nemmeno 19 anni era protagonista nell’under 20 argentina con Di Marìa e Aguero ma a 25 era già stato scaricato da Boca e Siviglia, significa che nel frattempo non è riuscito a portare a termine quella che dovrebbe essere la fisiologica maturazione per un giocatore di quel talento.

@diegoperotti_10 7 anni fa amico ❤️😂⚽️ capelli da rivedere . Torneo de toulon under 21 .

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Tatticamente al Genoa ha acquisito leadership (era l’elemento più talentuoso del gruppo) e disciplina (con Gasperini lo abbiamo visto rientrare a raddoppiare nella propria metà campo e pressare con convinzione). Il problema sta con ogni probabilità nell’ampliamento del suo bagaglio tecnico: paradossalmente infatti Perotti ha imparato a fare meglio le cose in cui già eccelleva, ma non ha per nulla colmato le sue carenze (finalizzazione, tiro da fuori, inserimenti in area). Almeno 4-5 volte a partita Perotti si mette nelle condizioni di poter concludere a rete, ma spesso preferisce un extra-pass o comunque il tiro non rende giustizia all’azione personale. E’ come se un ballerino di Tango si paralizzasse al tres, al rintocco che dà inizio allo spettacolo.

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Perotti ha sempre avuto il 10. Alla Roma, per ovvi motivi, ha dovuto trovarsi un altro numero. Coincidenza, il passo più importante del Tango si chiama “otto”. Zukanovic invece ha la tipica faccia di chi non sa nemmeno dove sia capitato.

ULTIMO TANGO A ROMA

Fa specie che un giocatore con alcune doti da fenomeno assoluto arrivi a stento ai 30 gol in carriera, anche se il suo momentum giallorosso ci induce a immaginare che possa essere giunto al fatidico salto di qualità. Pensate a cosa potrebbe diventare Perotti, per quanto non sia facile a 28 anni, se si costruisse un buon tiro dal limite dell’area, a quante palle-gol avrebbe a partita, a quanto ancor più imprevedibile sarebbe.

A Roma sembra aver trovato il suo habitat naturale, in cui è libero di spaziare sul fronte d’attacco, all’interno di un sistema ultra-offensivo che prevede sempre il gioco palla a terra, e con l’occasione di mettersi in mostra anche a livello internazionale.

La triste verità è che ha espresso troppo poco potenziale per accontentarsi ora.
Troppo talento, troppa raffinatezza, per rimanere un incompiuto.
Ora davvero non c’è più tempo per fermarsi. Non puoi più fallire, Diego.

Puoi rimediare alle promesse che non hai mantenuto in passato, ma devi metterci del tuo.
E’ il tuo momento per essere protagonista.
Sento la musica.
Che abbia inizio l’ultimo Tango. Abbracciamoci.                                                                                                                                             Uno.                                                                                                                                  Dos.

di Luigi Favero

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