Non ci sono più i capitani di una volta

Rimuginando sulla questione Icardi, l’affermazione che in molti fanno è: “Non ci sono più i capitani di una volta”.

Immagine tratta da www.ilgiornale.it

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La figura del capitano, una volta, era una figura a tutto tondo: un incitatore, l’allenatore in campo, un secondo padre. Era tanto fondamentale quanto insostituibile in una squadra. Il capitano non veniva considerato come normale calciatore, piuttosto come una bandiera; quasi si tremava a sentire il suo nome.
La fascia di capitano, oggi, ha perso significato: possono indossarla tutti, mentre prima veniva data rispettando delle norme. Per fare un semplice esempio, il capitano giallorosso viene scelto in base alla città natale e al numero di presenze.

Per capire al meglio il rapporto tra gli attuali capitani e quelli di una volta è opportuno fare una breve lista; nella stagione corrente questi i nomi dei leader:

Riccardo Montolivo (Milan),Mauro Icardi (Inter),Nicolas Burdisso (Genoa),Lucas Biglia (Lazio), Danilo (Udinese), Giuseppe Vives (Torino), Gonzalo Rodriguez (Fiorentina), Alessandro Diamanti (Palermo), Massimo Maccarone (Empoli), Cristian Raimondi (Atalanta), Sergio Pellissier (AC Chievo Verona), Archimede Morleo (Bologna), Daniele Dessena (Cagliari), Ledian Memushaj (Pescara), Claiton (Crotone), Marek Hamsik (Napoli), Francesco Magnanelli (Sassuolo).

Facciamo un salto indietro impostando gli orologi al 1960.
In apertura di articolo si è citato l’ attuale capitano nero azzurro Icardi, ora parliamo di un ex leader della stessa squadra: Alessandro Mazzola.

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Soprannominato Sandro, ha indossato sempre la stessa maglia (quella nerazzurra), prima giocando nelle giovanili, poi in prima squadra nel 1960. Figlio di Valentino Mazzola, grandissimo calciatore e capitano del grande Torino, (morto nella tragedia di Superga) fratello di Ferruccio, calciatore anch’egli, Sandro poteva scegliere di fare altri mestieri come l’avvocato o il giornalista e, invece, non ha rinunciato al confronto con il padre e il fratello; non ha rinunciato a proseguire il mito.

Milita nell’Inter per ben 17 stagioni (1960-1977), indossando la fascia da capitano nel 1970  succedendo a  Mario Corso. Considerato attualmente uno dei più grandi giocatori italiani che ha giocato in Serie A, ha totalizzato  565 presenze e 158 reti.

Esordisce con il club nero azzurro a 19 anni contro la Juventus. In serie A vince 4 campionati, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Per dare un’idea della grandezza e della potenza di questo idolo, pensiamo a questo: un giocatore che al suo primo derby impiega 13 secondi ad andare in rete.
Mostra grandi doti, non solo in Serie A, anche in Nazionale. I suoi esordi per le squadre avversarie sono un incubo: nel 1963 infatti, scende in campo per la prima volta contro il Brasile e realizza un calcio di rigore.

Il Brasile non era una squadra facile da battere, ma l’ Italia riuscì nell’impresa battendola per 3-0. In Nazionale colleziona 70 presenze e 22 gol. Con la Nazionale vince nel 1968 il primo titolo europeo battendo in finale la Jugoslavia e due anni dopo, nel 1970, l’Italia non riesce a sconfiggere i talenti brasiliani nella finale dei M0ndiali, persa per 4-1.

Lasciamoci ora alle spalle i trofei vinti e soffermiamoci sulle doti del calciatore nero azzurro. Centrocampista e attaccante di altissimo livello riusciva a farsi carico dell’intera squadra,trasformava le azioni da difensive a offensive. Veloce non di solo di gambe, ma anche di testa; grande visione di gioco a tutto campo.

Rivale storico di Sandro Mazzola, un altro  grandissimo capitano: Gianni Rivera all’anagrafe Giovanni

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Considerato uno dei migliori calciatori del XX secolo, vince il pallone d’oro nel 1970. Inizia la carriera calcistica nelle giovanili dell’Alessandria, sua città natale, poi facendo il salto di qualità in prima squadra a soli 14 anni. Per lui 6 gol in 26 presenze. Ma il suo cuore non  appartiene al’ Alessandria, ma al Milan. Acquistato dalla società rosso nera nel 1960 vi rimane per ben 20 anni.

Grandi numeri, non solo a livello di numero di stagioni, ma anche di presenze, 501, e di gol, 122. Storico nemico di Mazzola, compete con lui per ritagliarsi uno spazio in Nazionale, ma l’ allora CT  Ferruccio Valcareggi preferì molto spesso il talento nero azzurro, inserendo Gianni a partita in corso. A quei tempi l’ allenatore faceva quella che veniva chiamata la “staffetta”, dove veniva scelto il giocatore titolare. Considerato uomo squadra, è lui  il fantasista che con i suoi tocchi e passaggi precisi innescava le offensive della squadra. Platinì nel 2011, conferendogli il Premio del Presidente UEFA 2011, lo ha definito «uno dei più grandi assistman della storia», e subito dopo «la sua abilità nel dribbling e nella distribuzione del gioco ha avuto pochi eguali». Le citazioni non finiscono qui: Per il Dizionario biografico enciclopedico Baldini & Castoldi «in campo sfodera un’intelligenza fuori dal comune, sa dove piazzare il pallone un attimo prima dei colleghi, incanta la platea con lanci alle punte lunghissimi e calibrati. RibattezzatoGolden Boy sa come mettere in mostra qualità tecniche straordinarie: la visione completa del gioco, le geometrie, i tocchi leggeri che smarcano i compagni».

Rimanendo sul Milan, ricordiamo Paolo Cesare Maldini.

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Ritiratosi nel 2009, Maldini è stato un’ icona nel club rosso-nero.Portato in prima squadra da Nils Liedholm, inizia la sua avventura come terzino. Figlio di Cesare Maldini, storico difensore del Milan, su di lui grava l’ombra del padre. Senza paura il piccolo Maldini riesce a liberarsi del passato e imporre nel Milan la sua figura destinata a crescere e rimanere nella storia del calcio.  Con il Milan ha giocato 25 anni, nei quali ha vinto 26 trofei: 7 scudetti (nelle stagioni : 1987-1988, 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994, 1995-1996, 1998-1999, 2003-2004), 1 Coppa Italia (nella stagione 2002-2003), 5 Supercoppe italiane (nelle stagioni 1988, 1992, 1993, 1994, 2004), 5 Coppe dei Campioni/Champions League (1988-1989, 1989-1990, 1993-1994, 2002-2003, 2006-2007), 5 Supercoppe europee, 2 Coppe Intercontinentali e 1 Coppa del mondo per club FIFA (2007).

Capitano non solo del Milan, ma anche della Nazionale per ben 8 anni dal 1988 al 2002 e con la maglia azzurra ha stabilito il record di presenze, 126, e come capitano con 74. Qualche amarezza per Maldini in Nazionale: ai campionati mondiali del 1990 ha visto sfumare il sogno azzurro, consolidato con il terzo posto; arrivato secondo ai mondiali del 1994, dopo aver perso ai rigori contro il Brasile; infine nella finale Euro 200, dove l’Italia ha perso in finale contro la Francia. Record di presenze in Nazionale superati  da Cannavaro. In Serie A, il numero di presenza è assai maggiore: 647 presenze e 29 gol.

 

Passiamo alla squadra zebrata, la Juventus. Occhi puntati sul capitano Giampiero Boniperti

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Cuore e maglia legati per ben  15 anni alla stessa squadra (1946-1961). Attaccante con grande fiuto per il gol, realizza 177 reti in 444 partite cifre record per la Juventus di quegli anni. Non si limita solamente al proprio reparto, ma anche a dirigere tutta la squadra con annesse manovre. Le “male lingue” bisbigliavano che non manovrasse solamente i propri compagni, ma desse consigli anche ai direttori di gara. Giocatore di grande personalità e stile, riesce anche a diventare capitano della Nazionale.
Per evidenziare il bellissimo e stretto rapporto del giocatore con il proprio club è opportuno riportare le stesse parole del calciatore: “La Juve non è soltanto la squadra del mio cuore. È il mio cuore”.
Soprannominato Marisa per la bionda capigliatura, Boniperti inizia la sua attività come calciatore professionista nel ruolo di attaccante, e, verso la fine, come centrocampista, limitandosi a impostare il gioco, innescando con precisi passaggi gli attaccanti.

Con lui la squadra riesce a vincere 5 scudetti nelle stagioni 1949-1950, 1951-1952, 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961; 2 coppa Italia nelle stagioni 1958-1959, 1959-1960.
A dimostrazione della sua grandezza, ricordiamo che è stato capocannoniere della Serie A nella stagione 1947-1948 segnando 27 gol, nel 1951 è Capocannoniere del Torneo Internazionale dei Club Campioni con 6 reti. Tra gli ultimi trofei vinti dal prodigio bianconero, citiamo l’inserimento nella Hall of fame del campionato italiano come dirigente  nel 2012 e il premio CONI alla carriera l’anno seguente.

 

Per quanto riguarda la Nazionale Italiana, prendiamo in considerazione tre grandi campioni.

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Le 3 immagini ritraggono nell’ordine Dino Zoff, Giacinto Facchetti e Gianluigi Buffon. Dino Zoff e Buffon nel ruolo di portieri hanno molto spesso abbassato le saracinesche,  negando la soddisfazione del gol a molti avversari. Non rivestono solamente il ruolo dell’estremo difensore, sono qualcosa di più: motivano i difensori, li consolano quando sbagliano, esultano quando parano rigori o quando la propria squadra segna, sono sempre al centro del gioco. Buffon, uno degli ultimi uomini bandiera è oggi accompagnato da un’altra leggenda del calcio italiano, da un altro grande capitano, che ha militato con lui nella Nazionale: Francesco Totti.

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“Miglior giocatore del mondo: sì, Totti mi convince più di Zidane e di Beckham. Sa rendere semplici le cose difficili” (Maradona)

 

“Totti è un artista del calcio, un vero numero 10” (Platini)

 

“Ci sono molti ottimi giocatori in Italia, ma l’unico che volevo al Bayer Monaco è Francesco Totti. Lo conosco bene e merita di vincere il Pallone d’Oro”(Franz Beckenbauer)

 

“Ho speso molti soldi nella mia vita per costruire una squadra forte come il Real Madrid, ma il mio desiderio è sempre stato quello di comprare Francesco Totti. Sfortunatamente è impossibile, perché lui è sempre voluto rimanere nella sua squadra e nella sua città”(Florentino Perez).

Dopo un excursus di carattere storico nel mondo del calcio, Francesco Totti ci riporta all’attualità.

Arrivato alla stagione numero 24 con la stessa maglia, è considerato il re delle bandiere. Uomo squadra, fantasista per eccellenza, uomo assist, riesce a colpire il pallone di prima intenzione come nessuno sa fare, innescando così azioni d’attacco.
Nonostante i suoi 40 anni, festeggiati in grande stile, Totti sa sempre casa fare e come farlo; grande finalizzatore sia su azione sia su calci da fermo. Grande visione di gioco del capitano, gran possesso di palla, precisi passaggi filtranti, tiro potente con entrambi i piedi. Ciò che lo contraddistingue dai capitani attuali è il carisma, fantasia e spirito di sacrificio.

Facendo un confronto tra il passato e il presente, notiamo delle differenze: I capitani di serie A erano quasi sempre giocatori italiani.
Erano giocatori che spiccavano tra tutti gli altri, mentre ora la situazione sembra essersi appiattita: il talento del capitano non spicca tra gli altri e, molto spesso, non è sempre il giocatore più forte.
I leader non mettevano a disposizione della squadra solamente il talento, ma mettevano il cuore e anima. Totti, infatti, non ha mai abbandonato la propria squadra, anche quando ricevette offerte sicuramente più alettanti e avrebbe potuto vincere più titoli; mentre ora se i capitani ricevono buone offerte, non stanno a pensarci più di tanto a fare le valigie.

C’è da dire, tuttavia, che l’ atmosfera negli stadi era sicuramente diversa da quella attuale: prima era un piacere andare allo stadio e fare il tifo per la propria squadra e i rispettivi idoli, ora, la parola “tifo”, soprattutto negli ultimi anni, sta assumendo il significato di “violenza”. Quando scendevano i capitani in campo, i sostenitori si alzavano in piedi, gridando al cielo il loro nome come se appartenessero a una dimensione celeste, ora, invece, tutto ciò sta scomparendo.

Tuttavia esistono ancora emozioni reali, quelle emozioni che ti fanno arrivare facilmente alle lacrime.

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Nella recente sfida che ha visto protagonisti la Roma e il Torino, infatti, dove è risultato decisivo l’ingresso in campo del capitano giallorosso (il quale ha realizzato una doppietta) possiamo notare i sentimenti dei tifosi.

Come Totti, recentemente, anche Zanetti, , Buffon, Del Piero, tutti campioni che quando giocavano/giocano venivano/vengono applauditi anche dalla tifoseria avversaria; rispetto e venerazione per grandi campioni, a prescindere dai colori, a prescindere dalla maglia indossata.

Non penso, invece, che gli attuali capitani avranno lo stesso trattamento e che verranno rimpianti dalla propria tifoseria, come i leader di una volta.

di Matteo Platania

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